Barzanò

Siamo nel centro della Brianza, nei luoghi de' più variati ed ameni prospetti. La terra che ci sorge d'innanzi e ci ravviva il desiderio di giungervi quanto più le siamo d'appresso è Barzanò, villaggio che vanta una storia abbastanza antica, per non far credere come veri certi antichissimi avvenimenti che una popolare credenza vorrebbe ammettere, ma da rifiutarsi in un tempo in cui la filosofia della storia, fece sì luminosi progressi, e richiama tutto all'esame della critica. 

Viene a trovarsi Barzanò alle falde e in parte sul pendìo d'un insensibile poggio, che vede assai davvicino verso oriente l'altra vitifera collina di Sirtori, la quale a schiena di cammello si allunga e procede fino al maestoso Sangenesio. Un piano circolare tutto popolato di casali, variato di laghi e di ben coltivate campagne, di casolari, di palazzetti, di chiese, vedi aprirsi a settentrione. La vista poi rialzandosi dal fondo della valle corre a ponente per vette sublimi di monti fino alle ghiacciaje della Savoja. Nell'interno del paese i ruderi d'un antico castello, ruinato nel 1222 dal demagogo Ardigotto Marcellino a capo d'una banda di militi milanesi, potranno rammentare i tempi del feudalismo, ma giaciono muti come il cadavere d'un eroe. Non sarebbe improbabile che avesse servito di sede ai conti Sigifredo, Ugo e prete Berengario padre e figli, signori di questa terra, che poi ribellatisi contro l'imperatore Enrico di Germania furono posti al bando dell'impero, e il loro feudo per concessione reale dato al vescovo di Como (1015).

Meglio conservato del castello è l'attiguo battistero, oggi chiesa di San Salvatore, che alcuni vorrebbero avanzo del paganesimo ma che dalla configurazione appare opera de' primi tempi cristiani, sebbene non abbia che una sola nave con volta pesante, variata da una tazza e sostenuta da piloni variati. È evidente però che la parte anteriore è più recente della restante. 

Ma usciamo dall'antico, e vediamo attiguo al battistero la casa S. Pellegrini, altra delle villeggiature di Balestrieri, ed ora proprietà del già nominato signor consigliere Mantovani, che intende ridurla fra poco a forma migliore. Saliamo quindi alla chiesa parrocchiale di recente costruzione che non manca di merito; ha tre navate corinzie; è disegno del professore Magistrelli; con chiaroscuri de' fratelli Palazzi di Milano. 

Magnificenza ed eleganza abbellirono la villa Pirovano, una delle migliori della Brianza, che occupa un ricinto di più che cento pertiche di terra, con casino a sala svizzera, sala da bigliardo benissimo addobbata e superiormente sala chinese che ritrae vivamente le foggie di quella nazione. Risponde a questo un appartamento rusticale a modo di castello elvetico a cui danno maggior verità i merli del ricinto. Qui fiori e frutti destinati dalla natura ad altri climi, sotto altri cieli; qui lago, qui isoletta, e monumenti d'affezione, qui boschi di platani e di pini, e fonti di limpid'acque, e tortuosi viali, e tempietto, e grotte, e capanne rustiche al di fuora, al di dentro abbellite da gabinetti, e torre rotonda con ricca armeria, e cippi sepolcrali, e di là poco discosta feconda ragnaja (roccol). Spiace però il vedere apposte a tanti bellissimi luoghi un ribocco d'iscrizioni poco lodevoli per senso e per lingua. Siane di prova questa sì male espressa 

 

Mal sì non s'alloggia 

Che non sia peggio star fuori alla pioggia 

 

collocata sull'ingresso d'una capanna. E quell'altra apposta al monumento che ricorda un'amante perduta con parole fredde, inarmoniche:

 

Egual candor giammai di qua non fucci 

 

Lo stesso si dica di quelle all'ingresso della torre, che sfigurano assai più trovandosi in compagnia d'alcune piene di verità e di sentimento, come sarebbe la seguente: 

 

Qu'heureux est le mortel qui du mond ignorè

Vit content de soi meme en un coin retirè. 

 

E ripetiamo pure questa sentenza e riteniamola per moralissima, fino a quando il nostro ritiro dal mondo non sia prodotto da misantropia, da alterigia, da infingardaggine.

I Barnabiti possiedono qui una delizia autunnale e nella loro chiesa recente sono da vedersi i due angioli dello scultore Monti.

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Barzanò nelle cartoline

Enrico Sprea

I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

I Cantù raccontano
La discussa etimologia di Barzanò
Tratto da Ignazio Cantù

Talvolta uno storico dei giorni nostri può parere ignaro d'alcune notizie; ma il fatto è che anche sapendole, ha creduto bene di ometterle, come quelle che non reggendo alla prova avrebbero infarcito il suo libro di opinioni grossolane e lo avrebbero messo in derisione presso coloro che nella storia non vedono solamente un ammasso di avvenimenti, ma un'opera di filosofia. V'ha chi credè Barzanò fabbricato dagli abitatori della distrutta Barra e perciò detto Bara nova, poi Barzanova, poi Barzanò. Ma la prova sta tutta nel Bar in luogo di Bara, e nel No in vece di nova. Lettori dite voi che cosa diverrebbe la storia appigliandosi a queste miserie?

 

I Cantù raccontano
La chiesa di Barzanò

Nel mezzo è la solita vasca battesimale, ottangolare, di marmi, colla circonferenza di sette braccia ed oncie tre, ed alta un braccio ed un terzo, girata di fuori da un gradino di sarizzo e nell'interno da due gradini di marmo a pezzetti bianco e rossi alternati. Sull'unica porta d'ingresso, molti rabeschi, che erano parte integrale delle prime chiese cattoliche, fregiano una rozza immagine della Vergine che appare di mezzo all'arco. La capra che spicca da questi ornamenti è uno dei fregi della simbolica architettura della prima cristianità e raffigura i peccatori, i quali nella chiesa trovavano un rifugio, un perdono. Il culto del paganesimo in questa terra è attestato da tre cippi ora collocali in questa medesima chiesa. Una, scoperta nel 1821 dall'egregio signor consigliere Celestino Mantovani uomo versatissimo negli studj della storia, e votiva a Giove e Summano dio de' fulmini […] Altre due ricordano un Novelliano Pandaro, quasi inintelligibili […]

BIBLIOGRAFIA
Barzanò
Rinaldo Beretta

“Ognuno dei nostri paesi, oltre alla storia generale della zona in cui è situato, ha una storia propria, intima, fatta di piccole cose, di episodi locali ed alle volte quasi insignificanti per gli estranei, ma importanti per la comunità del luogo. È la vita d'ogni giorno che, con date, nomi ed opere [ ... ]

La canonica di San Salvatore a Barzanò
Paola Bassani (a cura di)

La pubblicazione è dedicato al monumento più antico di Barzanò, fondato in epoca altomedievale. Raccoglie gli esiti della ricerca universitaria per la storia dell'arte e presenta le interpretazioni più aggiornate sull'evoluzione dell'edificio, grazie ai dati di elaborazione progettuale, di scavo arc [ ... ]

Con il tricolore al collo. Il romanzo di Luciano Manara e del sogno di un'Italia unita
Gianluca Alzati

Il romanzo, pubblicato in occasione dei 150 dell'Unità d'Italia, affronta la storia personale di Luciano Manara, un eroe del Risorgimento che visse anche a Barzanò, dove si trova la sua tomba. Come annuncia l'autore nella premessa, il romanzo parla di un orfano, Bepi, un Martinitt del Collegio di Mi [ ... ]

Cremella

Uscendo da Barzanò, dalla parte d'occidente, si arriva ad un trivio d'onde, prendendo la strada più ascendente, costruita nel 1826, si sale a Cremella, ove i Kramer possiedono un giardino all'inglese, e nel già convento delle monache, fondato dalla regina Teodolinda, hanno una fabbrica di cotone. 

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I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

Alessandro Greppi. Il Baciolago

I Cantù raccontano
Contese tra il monastero di Cremella e Monza
Tratto da Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza

Berengario re nel 920 regalò ai trentadue canonici di San Giovanni di Monza la chiesa di Colciago, Castelmarte, Velate e le tre corti di Bulciago, Cremella e Calpuno, acciò i detti canonici le tenessero e ne facessero quell'uso che loro meglio piaceva; donazioni confermate poi da Ottone III. […] Nel 1135 insorta una lite fra i canonici di Monza e la badessa del monastero l'arcivescovo Rambaldo volendo porvi termine, radunato il clero propose quattro punti di discussione, rimettendoli alla pluralità de' voti. I°. Se il monastero di Cremella fosse realmente monastero – risposta positiva. II°. Se potesse il capitolo di Monza eleggere la badessa - risposta - tal nomina doversi fare dalle monache, approvare dal capitolo. III°. Se il proposto potesse eleggere ed espellere a suo talento le monache - risposta negativa. IV°. Se il proposto potesse eleggere il sacerdote delle monache - risposta affermativa. Quanto alle possessioni fu stabilito doversi al capitolo di Monza tutti i diritti acquistati da trent'anni in avanti, a patto che contribuisse al monastero un annuo compenso, e al monastero spettare la signoria sulle terre di Cassago e di Prato S. Pietro.

 

BIBLIOGRAFIA
Cremella e la sua storia
Laura Caspani, Ilaria Sironi

Certamente è difficile condensare in un libro la storia millenaria di Cremella, la sua corte ed il monastero di monache benedettine di S. Pietro, soprattutto perché quest’ultima realtà ha prodotto una mole notevolissima di documenti per la disputa tra il cenobio e la canonica monzese. Ci hanno prova [ ... ]

La Brianza lecchese. Sacralizzazioni strutture della memoria. Prima recensione delle architetture di interesse storico ed artistico della provincia di Lecco
Angelo Borghi

Nella guida vengono censiti duecento monumenti in trenta diversi comuni della Brianza lecchese, con descrizione, riferimenti storici e bibliografia.

Cassago

Di là si progredisce a Cassago, che molti pretendono sia il Cassiciaco, dove si ritirò Sant'Agostino presso Verecondo gramatico, mentre si preparava al battesimo. Qui merita essere veduto il vasto palazzo Pirovano- Visconti, e la chiesa decorata dei recenti freschi di Carlo Ronchi. Oh se io fossi, senza danno d'alcuno, possessore del Baciolago! sclamai la prima volta che mi venne veduta questa deliziosissima collina poco discosta da Cassago, coi suoi viali a chiocciuola, colla sua vista portentosa, con quel tutto insieme che la rende sì ricercata e vagheggiata. Oh fosse perenne la vita! dove goderla più felice? Se non che il poco discosto monumento sepolcrale Visconti che si sta erigendo dall'architetto Clerichetti, ricorda che passano come un lampo i giorni dell'uomo tra i cenci e la porpora, tra le delizie e le miserie. 

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Il Mausoleo Visconti

Sajopp

BIBLIOGRAFIA
Da Rus Cassiciacum a Cassago Brianza. Storia e tradizione
Carlo Mons. Marcora

L'autore, dottore della Biblioteca Ambrosiana, illustra la storia del paese dalle sue origini fino ai nostri giorni. Il volume presenta un ricco apparato fotografico a colori e costituisce una occasione fondamentale per chi desidera conoscere più a fondo gli episodi più importanti che hanno segnato [ ... ]

S. Agostino e Cassiciaco
Luigi Beretta

Il volume affronta l'analisi dei rapporti storici, culturali e teologici fra S. Agostino e Cassiciaco, la località dove il santo nel 386 d.C. si ritirò presso l'amico Verecondo per prepararsi al battesimo. L'autore tratteggia un itinerario che porta a scoprire l'importanza di Cassiciaco nella vita s [ ... ]

Il mistero della vecchia chiesa abbandonata
Gianluca Alzati

Tre ragazzi tredicenni sono uniti da una grande amicizia e dal desiderio di entrare a far parte della compagnia di alcuni giovani più grandi di loro, i "Lupi neri". Ma devono superare una prova di coraggio: introdursi di notte nella chiesa abbandonata di S. Gervaso (san Salvatore).Marco, Matteo e Sa [ ... ]

Adeodato e l'umbra tenebrarum
Gianluca Alzati

Il protagonista è realmente esistito ed era l'unico figlio di Agostino, che nel 386 d. C., quando si svolgono le avventure del romanzo, aveva solo quindici anni. Da un limitato numero di notizie storiche si sviluppa un avvincente racconto che cerca e riesce con maestria a creare la personalità di un [ ... ]

Storia della Brianza. Le culture popolari.

Brianza. Un nomo Che Evoca, da Lato ONU, Immagini di paesaggi armoniosi, dall'altro visioni sconcertanti di Una eccessiva urbanizzazione. Fra queste dovute icone, testimonianze visive del Passato e del Presente ancorché tuttora miracolosamente coesistenti, SI e svolta la Storia della Brianza . Un pe [ ... ]

Bevera

Riprendiamo ancora, dopo il giro che abbiamo fatto, la strada maggiore al luogo di Bevera, presso cui è il santuario della Madonna, meraviglioso convegno, agli 8 di settembre, di contadini, di negozianti, di possidenti, di ricchi, di plebei, di nobili; la più celebre delle nostre sagre, e sicuramente del Comasco e del Milanese, a descrivere la quale basta appena il buon numero di pagine, animate ed eloquenti, onde si chiude il divulgato racconto che porta appunto il titolo di Madonna d'Imbevera

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I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

I Cantù raccontano
La Madonna d'Imbevera
Tratto da Cesare Cantù, La Madonna d'Imbevera

La romita solitudine, onde sono per tutto l'anno circondati la povera chiesuola d'lmbevera e un casamento eretto là daccosto, ogni otto di settembre si popola cosi rapidamente, cosi variamente, come si legge che un giorno solevano le selve al cenno delle fate. 

Chi drizza a quella volta, già da assai lontano ode una romba simile al romoreggiare della marina. Ed ecco le vie, che d'ogni parte vi capitano, brulicare di gente, contadini, artigiani, mestieranti, soli, a coppia, a gruppi, a frotte. Giovinetti con capelli di paglia artifiziosamente intrecciati a trafori, adorni con piume, specchietti, galanterie: quali contenti del frustagno e del taglio all'antica, mentre altri vestono giubbe più moderne, colla cocca del fazzoletto affacciata alla tasca, e con larghi pantaloni, invano e dal curato e dal fattore rinfacciati loro siccome indizio evidente d'insubordinatezza e d'irreligione; pigliansi al collo gli uni degli altri, a spintoni rompono la calca, od in ischiere arditamente festanti colla zampogna fanno risonare concenti che sentono il sole e il vento della montagna. Le caute madri, tutte occhi a vigilare le ingenue fanciulle, quel giorno permettono che, per devozione, queste vadano a Imbevera. Tu scerni la Brianzuola alla snella corporatura, ai baldanzosi fianchi che davano per la fantasia al mio Parini, ad un'aureola d'argento al capo: distingui la briosa Bergamasca al bustino cortissimo di vita, ai vezzini d'oro, ai cincinni della fronte, ad un agone a trafori infìsso nelle trecce cascanti bizzarramente da una banda, a certi sguardi bricconi. E tutti ne' varj loro dialetti chiedono, cianciano, gridano, fanno fiera. Il garzone che per la prima volta vi trae, interroga curioso un vecchio, che ci veniva prima del 96, quando vi comparivano indemoniati strillando, e buli che deponevano alla soglia della chiesa le omicide loro carabine; che si ricorda quando i Giacobini in nome della libertà proibirono questa sagra, e quando Russi e Cosacchi, tornandoci cattolici, l'ebbero ristabilita: c'è venuto coi Francesi repubblicani, coi Francesi imperiali, ed ora seguita da vent'anni a venirci con cotesti; sperando venire coi loro successori. 

Nel bosco poi e sul piazzuolo s'innalzano assiti e baracche, si spiegano tende, curvansi e intrecciansi i rami a pergole, a capricciosi frascati, si dispongono tavole, trespoli, sediuoli; è un mondo di gente, è un tremoto di faccende. Qui fierajuoli a sfoggiar mercanzia: là bettolìeri a rosolare braciuole e friggere galletti: il buzzurro alessa e brucia le castagne primaticce: un gruppo di villani già mezzo brilli urlano a chi più i punti della mora: altri straziano costolette così guascotte, e le irrorano d'acquavite, di vino, di mosto appena spremuto dell'uva non ben matura. La fanciulla compra un santino per la nonna devota; la nonna gingilli da spassar il bambino quando il portano a mimmi; il becerume, bocca ed occhi spalancati, attende alle forze o al bagattelliero che ha rimedj per tutti i mali e per altri ancora, o al cantanbanco che sul cartellone dimostra vita e morte del famoso Pacino, l'incendio di Mosca e l'inondazione del Danubio: o a qualche Orfeo che, strimpellando la ribeca o raschiando un violino, attira le pietre. La chiesa che fa già occasione della festa è la meno che si visiti: in quella vece, fitti, serrati, vanno come un'onda di su, di giù per la spianata e pel bosco vicino. 

Cosi la pedonaglia. Ma quelli di maggior bussola non compajono se non sul basso del giorno, tanto più tardi quanto ciascuno è, o si crede da più. Monza, Milano, Como, Bergamo (e sì v'è due passi) risentono ai corsi loro la mancanza della crema e della schiuma de' cittadini: e dove sono? al bosco d'Imbevera. Zerbinotti che sbraveggiano su sbuffanti puledri, o trionfano in tilbury eleganti: gran signori rimpettiti in comodi cocchi, con ambiziose mute condotte a centinaja di zecchini dai pascoli dell'Holsteìn e dell'Olanda: fittajuoli che staccarono dalla benna e dall'aratro i robusti ronzinanti svizzeri, e rivestirono di nuova livrea il carrettiere: nobili scadenti; o sorgenti plebei, i quali noleggiarono ad alto prezzo un calesse, due rozze e un vetturale, il quale cornando e schioccando fa rumore per quattro: particolaretti che con industria sperano di potere quando che sia mutar in carrozza la timonella di cui ora mal s'accontentano: il granajuolo nella sedia o nel baroccio che lo porta il sabato ai mercati di Lecco o alle calende a Bergamo; tutti insomma qui piovono a darsi, aria a vedere, a farsi vedere. Gli alberghi più capaci della città appena basterebbero a tanto concorso, non che le meschine bettole del contorno, poco migliori di quella ove, ducencinquant'anni fa, vendeva vino il nostro Cipriano. Quindi vedi i cavalli affidati a ragazzi su pei prati; e da tutte le bande disposti in fila cocchi a centinaja, che dico? a migliaja: e tra quelli sparsi i pitocchi, che sporgono la mano o il bossolo ostentando al passeggero piaghe, moncherini, una nidiata di puttelli, e strillando Pietà, limosina. 

— Concordanze sociali!

Chi credesse che una sagra campestre dovesse far luogo a quella semplicità, che aggiunge tanto più all'allegria, quanto più la scioglie dagl'impacci, sarebbe troppo in inganno. Il lusso più ricercato, le più suntuose gale di vesti, di fronzoli, di gioje, sono di balzo trasportate dal corso delle città al bosco d'Imbevera. La signorina, venuta, già è un mese, a villeggiare qui poco oltre fra il grosso bagaglio non si dimenticò di qualche bel capo o d'un vestitino a posta per questo giorno: la fidanzata vi fa la prima comparsa coi vezzi donatile dallo sposo: quella sciarpa, quella cappottina furono rinnovate per farne spocchia alla Madonna d'Imbevera. Belle dall'arguto pallore e dal fuoco raccolto degli occhi pensosi, meraviglia dei teatri e dei ridotti cittadini; forosette dalle gote rubiconde e piene come melerose, che nelle solenni processioni del villaggio sentonsi dire Ve' com'è bella, qui compajono insieme: le prime appoggiate ad uno sposo fedele, beando di lusinghiero ritenuto sorriso il fedele milordino che con membra e con andar femmineo sbircisce colla lente e susurra meditate cortesie; l'altre colle compagne, dando ascolto e risposta a' vivaci scherzi ed alle espressioni, più clamorose quanto più cordiali, del bifolco e del bottegaio: finché vanno queste a tracannare l'acquavite e la spumosa birra, l'altre a gustar la gramolata, il sorbetto e le paste sfoglie sotto i padiglioni dell'effimero acquacedratajo. 

Chi di là gira lo sguardo, vede brulicare una folla di teste; cappelli da villano, da signore, da prete, da cittadine; brillanti colori e dilicati; il sedan ed il velo crespo alternati colla stamina e col bambagello; foggio testé arrivate da Parigi presso a quelle da un anno abbandonate alle provinciali, all'altre che già discesero al contado, alle arcaiche, custodite dalle matrone in commemorazione de' tempi migliori. Qui le piume d'uccello del paradiso ondeggiano a canto al pennacchio del gendarme, la cui vista fa sguisciar via il tagliaborse, frena l'allegria d'un ubbriaco e le ominazioni di due baffuti, che battendo i tacchi, ragionavano della buona causa. Qui gli uomini creati dalla natura a consumare e godere, misti con quelli da essa destinati a sbracciarsi e stentare per la soddisfazione dei primi: contadini imbruniti e ingagliarditi dal sole e dalle fatiche sono riurtati sdegnosamente dal prediletto della fortuna, gonfio per dieci generazioni d'antenati al par di lui oziosi, il colore e le membra dilicate del quale fanno prova del sangue più gentile, cioè degli squisiti bocconi e del non far nulla. Qui un veterano dalla legion d'onore e dai mustacchi bruciacchiati dalla polvere d'Ulma e d'Austerlitz, e che sarebbe maggiore se le cose, dic'egli, fossero ite come dovevano, trovasi a fianco del coscritto che una sola notte passò in caserma fra gli stravizzi, il fumo e le facili beltà. Qui la schifiltosa mantenuta pavoneggiandosi raccomanda al suo ganzo che le suntuose trine da lui donatele non lasci mantrugiare dal contatto del ruvido guarnellino che la setajuola guadagnò di sacrosante fatiche. 

Quando poi, veduto ed ascoltato intorno il linguaggio de' ventagli, de' fazzoletti, delle lenti, lo sguardo ansioso di chi cerca, il dolente di chi troppo ha trovato, il confidente susurrio delle recenti spose, e l'inesorabile cicaleccio delle terribili madri che hanno tre fanciulle da maritare, tu volgi dall'altra parte ove sale il bosco, ecco per tutta la pendice una mobile decorazione di gruppi che, disposti nel più pittoresco modo tra le fratte e i castani e sul molle tappeto del muschio, godono la merenda e lo spettacolo, che l'onda della folla scendendo e poggiando cangia ad ogni batter d'occhi al loro pie. Deliziata a tale scena, la vispa zitella esclama, — Deh! com'è bello!» nel mentre stesso che un'altra, coll'ingrata maestà del quarantesimo anno, ripete contraendo il labbro, — Al confronto d'anni fa! non c'è la metà agente, la metà lusso, la metà allegria». 

Cosi il giovane, cui l'età del primo amore dipinge tutto a color di rosa, trova qualcosa di gajo tale mescolanza del boschereccio collo scialoso della naturalezza coll'eleganza, della franca giovialità campestre colla contegnosa della città: intanto che un altro, cui l'esperienza rese iterico lo sguardo, raggrinza il naso esclamando: — Pazzie! Venirsi a pompeggiare in un bosco!» 

V'è intanto chi si perde per la selva a cercare una pianta remota, dove, anni sono, in questo giorno istesso incise un nome, - il nome d'una fanciulla, con cui si erano giurati eterno, inseparabile amore. La pianta crebbe, crebbe il nome con essa, ma l'amore svani; ed egli appena ricordò l'amica perché la rintoppò laggiù, contenta madre dei figliuoli d'un altro. Ancora v'ha chi, non logoro dai diletti cittadini a segno da non sentire l'incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le vette, e di là vagheggia il cielo che s'inazzurra sui poggi e sulle valli della Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un'esagerazione quando lo vedono dipinto nelle tele de' gran maestri: e che in quell'ora, imporporandosi ai tremuli raggi del sole che declina, fa spiccare all'occhio ammirato le sommità dei colli e dei monti, che formano cornice ad uno de' più graziosi paesaggi; mentre gli augelletti.... 

Ma che ha qui a fare quest'arcadica descrizione? 

Che ha a fare? 

Ah! lo sa il mio cuore che alla sconsolante realtà del presente procura sottrarsi col figurare come sa più al vivo quei luoghi di care memorie ed incolpate. O miei monti! o miei colli! Deh quando il sereno spirare del vostro orezzo pioverà ancora la pace sul mio solingo cammino?

 

 

BIBLIOGRAFIA
La Brianza lecchese. Sacralizzazioni strutture della memoria. Prima recensione delle architetture di interesse storico ed artistico della provincia di Lecco
Angelo Borghi

Nella guida vengono censiti duecento monumenti in trenta diversi comuni della Brianza lecchese, con descrizione, riferimenti storici e bibliografia.

Barzago d'una volta. Un paese brianzolo nella prima metà del Novecento
Gianmario Besana ... et al.

Valle di Rovagnate

Qui la Brianza presenta un bacino, che dal paesello principale porta il titolo di Valle di Rovagnate. È chiuso a mezzodì dall'altura, su cui stanno Barzago, Brongio e Perego, luogo d'antica fortificazione presso il quale è posto Rovagnate paese mercantile colla chiesa rialzata sopra una collina, e cinto dalle terricciuole di Cereda e Monticello. Da oriente la valle prosiegue fino alle falde del Sangenesio e termina a Beverate; a settentrione è chiusa dai monti di Galliano su cui stendesi la striscia di case chiamate Santa Maria Hoè, dove si tiene settimanale mercato sulla piazza d'un convento di Serviti soppresso, attiguo al quale sorge una bella chiesa d'ordine corinzio. Quel mercato umile in tutto il resto dell'anno assume l'aspetto della più alta importanza nel mercoledì della settimana, in cui presso a poco comincia il riccolto dei bozzoli, convenendovi i proprietarj nostri e forestieri, i filatori, i curiosi per istabilirvi il prezzo di sì vistosa produzione dei nostri paesi. 

 

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I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

Alessandro Greppi. La valle di Rovagnate

I Cantù raccontano
La regina Teodolinda nella Valle di Rovagnate
Tratto da Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza

Sorge nella valle di Rovagnate una collina descritta rettoricamente a suo modo dal nostro Ripamonti con queste parole: «Da un lato la salita è facile, dall'altro è scoscesa; dall'una parte è messa a vigneti e ad alberi fruttiferi di varie specie, dall'altra non offre che spine ed orridi dirupi; e per le solite vicende umane, cambiato aspetto, su quel monte ora è selva e deserto dove già era una reggia e sorgevano eccelse torri». Queste ultime parole dello storico alludono alla tradizione che su quell'altura fosse già un campestre soggiorno della regina Teodolinda. Né questa credenza può somigliare troppo arrischiata a chi abbia riguardo all'amenità del sito che signoreggia quei dolci colli ove si sente tutto il bel di natura, e da cui lo sguardo si perde per le feraci pianure dell'Olona, e sull'erta giogaja dell'Elvezia, della Vallassina e del territorio di Lecco. Ma prova di maggior peso sono gli avanzi di ruine, che più volte furono ivi disseppelliti, e che rinfrancano l'opinione, che le terricciuole sparse per quell'altura sieno fabbricate sulle ruine d'una terra più fiorente. Vogliono ancora che una reliquia d'antica porta chiamata la vedra (forse vetera), a cui è unito il resto d'un muro grosso ed antico, ed un ceppo di case poste più al basso, e chiamato Piecastello, attestino tuttora l'antico splendore dell'edificio abitato da Teodolinda. Ma chi può fidarsi sopra argomenti sì deboli? Nulladimeno gli antichi ebbero forse qualche motivo più calzante a noi ignoto, per trasmettere questa tradizione. Alla regina Teodolinda si attribuisce l'asciugamento di alcune paludi intorno al lago d'Oggiono, e vicino alle cassinette di Rovagnate; alla medesima l'erezione delle chiese di S. Martino a Perledo coll'altissima torre ed il monastero di Cremella.

 

BIBLIOGRAFIA
Rovagnate. Ricordi d'altri tempi
Anselmo Luigi Brambilla

Il libro è frutto di una ricerca storica sul piccolo paese di Rovagnate che da borgo rurale si è inserito nel panorama urbano odierno. Nasce dall’esigenza di riscoprire le propria origine per vivere con più consapevolezza e responsabilità la propria terra.

I castelli medievali della Bevera
Virginio Longoni

I castelli medievali sorti sulle sponde del torrente Bevera sono il presupposto per una storia sociale volta a ricostruire i caratteri delle radici della gente brianzola, come vanno formandosi nella vita concreta delle persone comuni, in particolare attraverso il rapporto con le istituzioni (il Comu [ ... ]

Santa Maria dell'Acqua. Alle radici di una comunità
Virginio Longoni (a cura di)

Il volume non è il tradizionale libro di raccolta di informazioni storiche, nasce da un progetto del Comune di Santa Maria Hoè in collaborazione con gli alunni della scuola media e alcuni importanti storici locali. L’opera mette a fuoco in maniera specifica alcuni dei principali ambiti nei quali si [ ... ]

Monte di Brianza

A questo monte succede il così detto Monte di Brianza, che piegando poi alquanto ad occidente chiude da questa parte la valle di Rovagnate. È volgare opinione che questo bacino fosse un lago e che venisse poi rasciugato da quella regina Teodolinda, mito storico, alla quale si riferisce tutto ciò di cui non si sa rendere altrimenti una ragione. La qual regina, sempre secondo la popolare credenza, aveva sul monte di Brianza un suo palazzo, posto dove sorge il famoso campanone destinato a chiamare i popoli briantei nei loro comizii. Ivi difatti rimangono ancora ruderi di castello ed un cascinotto chiamato Porta Vedra, forse porta vetus. Chi va più innanzi colle opinioni crede che vi sorgesse una città distrutta da Barbarossa, ma non v'è storico né contemporaneo né posteriore che comprovi questa vulgare credenza. Nel castello di Nava posto su questo medesimo colle si vedono ancora alcuni freschi raffiguranti una caccia di caprioli e cinghiali, molto somiglianti a quelli di San Giovanni di Monza, onde si vuole che ricordino la memoria della celebre regina. Ricchezza di questa valle è una quantità di pudinga, diversa dalla comune per cui è dagli abitanti chiamata moléra e se ne fanno mole di macina, principalmente alle Cassinette bianche; a Nava, a Giovenzana, a Calliano. Ma per essere in luogo molto disagiato le mole ben di rado giungono intatte al piede del monte, per quanto siano, a riguardo della loro durezza, preferibili a quelle di tutta la Brianza. 

I valligiani di Rovagnate hanno bellissime canzoni popolari, nascoste sotto la corteccia di ruvide espressioni. Il signor professore Samuele Biava ricercando i vestigi delle più poetiche tradizioni popolari pei monti di Lombardia, vi ritrovò come R. Burns per quei di Scozia, e V. Bellini per quei di Sicilia, alcune arie canore, che fanno testimonianza dell'indole morale dei volghi, come i frutti dell'indole fisica dei paesi da essi abitali; e di quelle voci che sono i suoi ritmi come echi, che più lontane, più intelligibili a tutti espanderanno le parole. Noi però staremo paghi a quelle della sua valle materna, di cui ne intese alcuno e le ridusse in forme poetiche. 

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I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

Monte di Brianza, un gigante da salvare

Associazione Monte di Brianza

Il cestaio

Museo Etnografico dell'Alta Brianza - Galbiate

Melodie Italiche
Samuele Biava

EPISTOLETTE RUSTICALI 

MELODIE ITALICHE 

DELLA VALLE DI ROVAGNATE 

MESSE IN LUCE 

DA 

SAMUELE BIAVA. 

 

I° 

IL PENSIERO MISTERIOSO 

Se così su su fra i nugoli 

Ti sollevi, o pensier mio, 

E frenar non sai quell'impeto, 

Che trascorre col desio, 

Tu sarai di te la vittima, 

E per prova il so ben io!

O pensier, qffé, dirò, 

Se tu vivi, io morirò! 

Deh, non va cosi fantastico 

Oltre i termini segnati, 

Dietro beni dai frenetici 

Sempre indarno ricercati! 

 

Deh, non va seguendo i reprobi, 

Dove avrai molesti fati! 

O pensier, qffé, dirò, 

Se tu vivi, io morirò! 

Sta nell'ansia de' tuoi palpiti 

Una trista ricordanza, 

Come ai sibili del turbine 

Sta fra l'onde la speranza! 

 

Contro i guai, che ti minacciano; 

Col pentirti avrai possanza! 

O pensier, qffé, dirò, 

Se tu vivi, io morirò! 

Non li affanna di raggiungere 

Sulla strada più romita 

Un intento inaccessibile 

Al destino della vita! 

 

Qual selvaggio, qual ignobile

Ogni meta avrai smarrita! 

O pensier, qffé, dirò, 

Se tu vivi, io morirò! 

 

II°

L'IMMAGINE DEL PRIMO AMORE 

Su pel monte snella snella 

Nell'ascender pastorella 

Mi lasciò: 

Dove mai senz'essa andrò? 

Io m'inerpico affannoso 

Per sentiero mal sicuro, 

Mentre il passo frettoloso 

Ella volge all'abituro. 

E la incognita bellezza 

Nel fuggir da quell'ertezza 

Mi turbò: 

Dove mai senz'essa andrò? 

Colla voce schernitrice 

il suo cor, che non è pio, 

Odo lunge, che mi dice, 

O pastor, ten sta con Dio!

E quest'anima negletta, 

Prigioniera sulla vetta 

Si fermò: 

Dove mai senz'essa andrò? 

 

III° 

LA MATTINATA 

Or che l'alba rinnovella 

Della vita l'esultanza, 

La tua gaia fenestrella

Apri all'aura di fragranza, 

Nunziatrice, o verginella, 

Della vigile speranza, 

Che ti manda in un saluto 

Di quest'anima il tributo ! 

Di rugiade inebbriati 

Son gli aromati del fior, 

E di lagrime innaffiati 

I sorrisi dell'amor! 

Viene il limpido momento 

Al tuo placido soggiorno, 

E con l'ilare concento 

Dell'augel ti reca il giorno, 

Quel sospiro del contento 

Suscitando intorno intorno, 

Che ti manda in un saluto 

Di quest'anima il tributo! 

Di rugiade inebbriati 

Son gli aromati del fior, 

E di lagrime innaffiati, 

I sorrisi dell'amor ! 

 

IV° 

UNA ROSA

Vedi rosa, che si rende 

In un giorno inaridita, 

Da quell'alba, in cui la vita 

Tra gli aromi, tra la porpora 

Esultando dispiegò ! 

 

E pur gajo si distende 

Sulla sera l'orizzonte 

Oltre il vertice del monte, 

Su cui candida con Espero 

Già la luna s'affacciò! 

 

Ecco un nugolo, si accende, 

Guizza il fulmine, rintrona, 

Sparpagliata la corona, 

E dal nembo, che già rorida, 

Sotto il sole sfavillò! 

 

Tal con lugubri vicende 

E dell'anima il destino: 

Ebbe il limpido mattino 

Del sorriso, e nelle tenebri 

Col sospiro trapassò. 

 

UNA FOGLIA DI ROSA

Vedi foglia, che del vento 

Via con l'impeto cammina, 

Col torrente pellegrina 

Corre, sperdesi su margine 

Di un inospite squallor. 

 

Così mesto un sentimento 

Va con essa fra le prove, 

Della vita, non sa dove... 

Ma la dove sarà polvere 

Anche il serto dell'allòr.

 

BIBLIOGRAFIA
La Brianza lecchese. Sacralizzazioni strutture della memoria. Prima recensione delle architetture di interesse storico ed artistico della provincia di Lecco
Angelo Borghi

Nella guida vengono censiti duecento monumenti in trenta diversi comuni della Brianza lecchese, con descrizione, riferimenti storici e bibliografia.

Cari signori che state ad ascoltare. Il canto popolare tradizionale nella Brianza lecchese
Massimo Pirovano

Il volume raccoglie 139 canti popolari registrati su disco in esecuzione originale, accompagnati dalla traduzione del testo e dalla trascrizione musicale affidata ad uno specialista di etnomusicologia. Le registrazioni "sul campo" presentate in questo volume mostrano una grande varietà di generi, di [ ... ]

Teodolinda. Il senso della meraviglia
Ketty Magni

617 d.C. Teodolinda, regina dei Longobardi, lascia la sua residenza di Monza per trascorrere qualche giorno sulle sponde del Lario, raggiungendo la fortezza di Vezio. Lo splendido paesaggio e l'aria frizzante, consolano e proteggono la regina, affranta per la morte dell'amato re Agilulfo. Teodolinda [ ... ]

Annone e Oggiono

La strada qui si partisce in due rami separati dall'interposto laghetto; il ramo orientale lasciando a manca Imberido va fino a Sala [...]; il ramo occidentale conduce ad Annone collocato ad oriente d'una catena di collinette, e sur una lingua di terra, che si avanza molto nel lago. Questa divide il bacino in due parti la più grande delle quali, di figura quasi ovale, riceve il nome di lago d'Oggiono, l'altra, più picciola e di configurazione piuttosto triangolare, reca il nome di lago d'Annone. Un'altra penisola si protrae nella riva settentrionale del bacino ed è volgarmente chiamata l'Isella, ridente di vigneti, di biade, di gelsi, popolata di contadini e pescatori.

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MEDIA
Saperi femminili. La pratica della segnatura

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Le patate di Annone

Museo Etnografico dell'Alta Brianza - Galbiate

I Cantù raccontano
Il passaggio di truppe tedesche e francesi
Tratto da Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza

Una lettera scritta da Annone, datata il 5 maggio [1799] e stampata nelle Notizie Pubbliche potrà dare un'idea dei tumulti delle nostre terre 

«il frequente passaggio presso questi contorni de' Tedeschi, che portansi a Lecco, per cui jeri trovavansi più di mille in Pusiano, l'esservi sulle riviere di Como degli sbanditi Francesi Cisalpini, che si fanno ascendere in tutto a 3000, e portano ovunque la desolazione, contro de' quali tutte le comuni del lago suddetto, il territorio di Lecco sino a Civate, pure compreso, sono sull'armi... Qui non vi sono novità sempre che la rovina in parte del ponte di Lecco, fatta da' Francesi nella loro fuga, l'immediata interinale restaurazione del medesimo ordinata dai Tedeschi, per il passaggio delle loro truppe che da Bergamo recansi a Milano, e da Milano pure sì a Lecco, che a Como dirette a far prigionieri li Francesi dispersi come sopra sulle riviere di Como; e giorni fa venti paesani armati si sono impossessati di una barca cannoniera francese con entro 15 Tedeschi prigionieri e l'hanno condotta a Lecco». 

Così terminava infaustamente fra le stragi un secolo che fra le stragi era cominciato, che aveva durante il suo corso mirate tante guerre in Russia, in Germania, in Ispagna, in Francia, in Italia, tanti rovesci e mutamenti di troni. Io, e voi o miei coetanei, possiamo vivamente rallegrarci che Iddio ci abbia non solo preservati dal vedere quel tempo infausto, ma abbia anche differita la nostra nascita a due lustri dopo che quel secolo era spirato.

 

BIBLIOGRAFIA
Oggiono. Natura, storia e arte di un paese della Brianza
Paolo Parente

Scritto in un linguaggio chiaro ed essenziale e corredato da illustrazioni e note esplicative, questo libro racconta Oggiono: un paese di quella zona della Lombardia, tra laghetti, colline e fiume, chiamata Brianza. Si tratta di un viaggio nel tempo: dai Celti ai Romani, dal Medioevo al Rinascimento [ ... ]

Il Battistero di San Giovanni Battista in Oggiono. Passato e futuro di un monumento
Roberto Spreafico (a cura di)

Un libro che narra in modo esaustivo storia, avvenimenti, restauri e conservazione di un monumento che è patrimonio non solo della comunità oggionese ma di tutta la Lombardia.

Le stagioni del lago di Annone
Virginio Longoni

Pescatori di lago. Storia, lavoro, cultura sui laghi della Brianza e sul Lario
Massimo Pirovano

Le ricerche raccolte in questo libro si collocano all’incrocio tra diverse discipline, come accade quasi sempre a chi si interessa di etnografia, cioè della vita delle classi popolari. Si parla infatti di storia perché ogni fenomeno culturale non può prescindere dalle modificazioni che nel tempo si [ ... ]