Valmadrera

Per una salita ripida e disagiata finché taglia il paese di Malgrate, poi più comoda, spaziosa e meno acclive, riesci a Valmadrera, grossa unione di case al piede di biancheggiante scogliera di granito, in una angusta valletta che disgiunge il Montebaro dai monti della Valassina. I molti setificj, e specialmente quei de' Gavazzi, danno una singolare attività a questo paese; la chiesa maggiore d'ordine corinzio, ridotta ora al suo termine, fu disegnata dall'ingegnere Bovara nel 1814 sopra alcuni vecchi fondamenti approfittando di essi in quel tanto, che bastasse a non dare in qualche sconcio. L'interno presenta una croce greca, contenuta in un quadro di quaranta braccia di larghezza, e racchiudente un quadrato secondario di braccia ventisei, segnato da quattro colonne isolate di granito, ciascuna col diametro di 5 piedi parigini (trenta once) e colla altezza di 45 (braccia 22 1/2). Alla croce principale fanno di lato il vestibolo ed il presbitero più sfondati che le due cappelle laterali. Le quattro colonne isolate sostengono sopra al cornicione la volta, che apparirà in tutta la sua magnificenza, quando saranno sgombrati i ponti, su cui sta ora lavorando a fresco l'immaginoso pennello del cavalier professore Giuseppe Sabatelli. Tutta la chiesa è lavoro universalmente lodato e questo è il secondo monumento che l'egregio architetto pose in vicinanza della sua patria, per non lasciar morire il suo nome. E poiché abbiamo già nominate le quattro colonne che reggono la volta a callotta, aggiungeremo che sono d'un granito trovato sul monte di Valmadrera; e che erano già un masso, giacente sur uno strato di terra calcarea all'elevatezza di 1200 piedi al di sopra del pelo del lago di Como, che corrisponde a 1854 sul pelo del mare. Avea la forma parallelipede, della lunghezza di 21 braccia milanesi, della larghezza di 12, della grossezza di 20, e bastò per le quattro colonne interne, per altrettante esterne e per varj altri lavori dell'edificio. Di qui poco discoste sono le due cappelle, ove il valentissimo Vitale Sala di Cernusco Lombardone istoriò due fatti della passione di Cristo. Poco dopo il giovane pittore colto da vajuolo moriva, varcato appena il sesto lustro.

La gola della Valmadrera pare fosse anticamente un canale fra il lago di Lecco e l'Eupili o lago di Pusiano. Altri vogliono che fosse l'emissario del lago di Lecco, prima che l'Adda si aprisse una via più comoda e diretta. 

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sentiero delle vasche

Roberto Sironi

La Madonna di San Martino

Renedulac

I Cantù raccontano
La chiesa maggiore di Valmadrera
Tratto da Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza

L'ingegnere Giuseppe Bovara di Lecco tracciò nel 1814 la pianta della nuova chiesa di Valmadrera, sopra pochi muri sotterra, che esistevano fino dal 1790, e di cui approfittò in quella parte che gli tornò vantaggiosa, elevando i nuovi muri a croce greca con due lati, quello del presbitero e quello del vestibolo, più lunghi di quei laterali per le due cappelle. La croce è formata d'un quadrato di quaranta braccia di larghezza, entro cui è inserito un altro quadrato di braccia ventisei, mediante quattro colonne isolate di granito del paese, del diametro d'oncie trenta, d'ordine corintio, e ventidue braccia d'altezza, i quali sostengono sopra il cornicione la volta, che è commessa da dipingere al professore cavaliere Sabatelli, e il cui centro dista dal pavimento cinquanta braccia. La lunghezza poi dal fondo del coro alla soglia della porta è di novanta braccia. 

Ad accrescere il pregio di questo sacro edificio giovano assai gli angioli a stucco eseguiti da Benedetto Cacciatori e dal valentissimo Pompeo Marchesi.

Vicino ad essa chiesa lungo una via rialzata sulla china del monte il giovine dipintore Vitale Sala da Cernusco Lombardone, troppo presto rapito all'arti ed alla gloria del nostro paese, effigiò in bellissimi freschi due fatti della Passione di Cristo, del quale sono pure dodici altri busti commendevoli d'illustri milanesi che il conte Giulini, uomo versatissimo negli studj dell'economia e della giurisprudenza, fece dipingere a fresco in una sala nella sua delizia d'Arcoro.

 

BIBLIOGRAFIA
La mia Valmadrera. Da borgo a città
Testi di Gino Brusadelli, Battista Canali, Achille Dell'Oro, Vincenzo Dell'Oro

La storia raccolta in questo libro prende le mosse dalle origini lontane del territorio di Valmadrera, per seguire l’evoluzione di una comunità che ivi era insediata e che, lungo i secoli, ha saputo creare uno stretto rapporto col suo ambiente, definendolo geograficamente, culturalmente e dal punto [ ... ]

San Martino. Arte, fede e storia a Valmadrera
Giovanna Virgilio

Il libro riporta notizie storiche e artistiche intorno al Santuario della Madonna di San Martino mettendo in evidenza la secolare devozione popolare di Valmadrera per la Madonna di San Martino.

Storie di sapori. Cucina tradizionale del Lago di Lecco. Osti e trattorie della Valmadrera di un tempo
Vincenzo Dell'Oro

Frutto di una ricerca svolta sul campo intervistando anziani del luogo e mettendo per iscritto i ricordi, le ricette e le abitudini culinarie di un tempo, il volume si configura come una preziosa raccolta di testimonianze e di di ricette che si possono sperimentare per assaporare antichi e genuini s [ ... ]

Stregherie e malefici. Paure, superstizioni, fatti miracolosi a Lecco e nella Brianza del Cinquecento e Seicento
Natale Perego

Secoli travagliati il XVI e il XVII per la terra lombarda. Da una parte il Cardinale Carlo Borromeo teso con tutte le sue forze a realizzare gli obiettivi della Controriforma, dall’altra un popolo intriso di religiosità pagana, incline a subire il fascino di magie e suggestioni oscure. Stregherie e [ ... ]

Civate

Lasciando a sinistra Sala ed il laghetto d' Oggiono arrivi a Civate, posto al piede del Monte di San Pietro, felice d' un largo prospetto. È una delle terre, ove la storia ha più vicende da raccontare, e più segreti da investigare. V'ha di quelli che pretendono fosse una piccola città e ne traggono argomento da alcune sue vicinanze come sarebbero, a dirne qualcuna, Borneu (borgonovo), Borgnos (borgonoce), l'attigua Selva di Diana e le due case Castello o Castelnovo. Le reliquie più rispettabili che ora vi rimangono sono il tempio di San Pietro e il convento unitovi, oggi ridotto a deliziosa villa. Si vogliono eretti da Desiderio, ultimo de' re Longobardi, per depositarvi, come vuole l'opinione più accreditata, le due figlie Ansberga ed Ermengarda, moglie ripudiata da Carlo Magno, che poi invece presero il velo nel monastero di Brescia (757). La chiesa resta tuttora e gli amatori dell'antichità non devono trascurare di ascendere i ventisette gradini che dal piano salgono al tempietto. Chi non la vede si figuri una chiesetta con pronao sulla fronte, coperto d'una tettoja che protegge la sola porta d'ingresso; entro questa un corridojo, lungo intorno a 6 braccia e 1/2, col cielo a volta, e i muri laterali adorni di ippogriffi a coda tripartita, in bassorilievo, con in fondo due colonne a spira alte, tutto compreso, quanto è lungo il corridojo. Nell'interno un edificio quadrilungo; nella parete che risponde alla porta d' ingresso un altare senza gradini col palio verso il coro e coperto da un ombrello che mostra sulla parte esterna bassorilievi rappresentanti il Redentore fra i due apostoli Pietro e Paolo; Gesù crocifisso, Gesù fra due angioli e la Risurrezione. Esso palio è sostenuto da quattro colonne di pietra nei cui capitelli scorgi gli animali simbolici degli Evangelisti. La confessione o scorolo, parte indispensabile delle antiche chiese, non potendosi scavare, per la natura del monte, sotto la tribuna, fu collocata sotto la porta anteriore della chiesa, alla quale mettono i 25 gradini chiusi nella parete a destra di chi entra. 

A lato di questo antico tempio si sprofonda la Valle di San Benedetto, irrigata da viva sorgente, attigua alla quale è la Valle dell'Oro (probabilmente dell'alloro, pianta colà comune). L'acqua ivi raccolta fa uno sbalzo chiamato l'Orrido della valle dell'Oro.

 

Limpida trascorrendo romoreggia 

l'acqua pei greppi in rapido viaggio, 

e sbalza in mille spruzzi ove lampeggia 

a più color del sol rifranto il raggio. 

 

E dopo aver fatto aggirare mulini, frantoi e setificj va a metter foce nel laghetto d'Annone. Pittori paesisti, cacciatori e botanici non trascurate questa valletta. 

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Arte a San Pietro al Monte

Amici di San Pietro al Monte

L'abbazia di San Pietro al Monte

Valentino Stucchi

L'impagliatura delle sedie

Museo Etnografico dell'Alta Brianza - Galbiate

I Cantù raccontano
Un antipapa, un cardinale e una fine tragica
Tratto da Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza

Giovanni Visconti monaco cistercense, già abate di sant'Ambrogio nel 1328 era stato eletto cardinale da Nicolò V antipapa. Nel 1330, dichiarato scismatico da Azzone Visconti, lasciata la dignità di abate del monastero anzidetto, ricevette in compenso l'abazia del monastero di Civate. […] Il signore di Milano citò costui al suo tribunale, aperto in una sala del monastero e lo condannò, insieme con un altro monaco, suo dipendente, ad essere tagliato a pezzi e gittato alle fiamme.

 

Giuseppe Sacchi
Antichità romaniche d'Italia

La cripta ha una forma quasi ottangolare, è lunga braccia 13, once 9, larga braccia 13 1/2 milanesi; ne sostengono le volte sei colonne senza base, alte braccia 3 1/2, con un capitello di arenaria o stucco a stile degenerato dal corinzio; vi danno luce alcune finestre strette e lunghe, le quali hanno a fregio un cordone di stucco. La mensa dell'altare va fregiata di alcuni bassorilievi assai rozzi, e vedonsi verso la volta dello scurolo, e altrove effigiature che sentono del simbolico col monogramma di Cristo ed altri simili, tutti però di cemento. 

L'interno della chiesa non tiene altri ornamenti, non è coperta di fornici o volte, ma termina col tetto. Nuda del pari è la parte esterna, a meno di alcuni archetti semplicissimi che assecondano gli ultimi lembi della ortografia esterna, di alcuni simili che ornano la parte più eminente dell'abside, e di qualche finestra stretta e lunga ed arcuata aperta in questa ultima. 

Pel fin qui detto questa chiesa presenta, quantunque nella sua nudità, i caratteri della architettura simbolica, e accenna come questa sapesse ad un tempo associarsi e al grandioso delle basiliche delle popolose città, e a quelle che sorgevano fra le alpestre solitudini dei monti.

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BIBLIOGRAFIA
La basilica di San Pietro al Monte a Civate
Giovanna Virgilio

È uno dei più importanti complessi monumentali dell’architettura romanica, non solo in Italia ma in Europa. Situato ad un’ora di cammino dall’abitato di Civate, luogo ricco d’arte e di storia, è una meta irrinunciabile.

Ragazzi, che drago! Iconografia ed interpretazione degli affreschi di S. Pietro al Monte a Civate

Libretto scritto da ragazzi per altri ragazzi, con il coordinamento di Paolo Tentori del Museo Virtuale del Romanico, con simpatiche e accattivanti interpretazioni degli affreschi di San Pietro al Monte in forma di disegni e fumetti.

Storie di caccia e d'amore. Gli affreschi cortesi del '400 scoperti a Civate, Lecco
Ede Palmieri et al.

La pubblicazione è volta a documentare l'inaspettata scoperta degli affreschi sulle pareti della "Casa del pellegrino" a Civate e l'importante operazione di restauro effettuata, che ha permesso di portare alla luce stupefacenti storie d'amore e di caccia.

L'Abbazia benedettina di Civate
Gianpiero Bognetti, Carlo Marcora

Pusiano

Ed ecco il lago ovale che tanto dava nel genio al mio Parini; ed ecco farcisi da vicino Pusiano, piccolo, ma elegante paesello, steso sulla riva settentrionale del laghetto che riceve il suo nome, ed è de' più vivaci che si incontrino in questa via. Il principe Beauhernais avea destinato per suo luogo di delizie il grandioso palazzo ivi costruito sulla metà dello scorso secolo, ove ora con attività lavora la filanda dei Conti di Cesana. Si veda la chiesa, si navighi all'isoletta dei Cipressi (è di 24 pertiche) abbellita di alberi piantati verso il 1770 dai proprietarj marchesi Molo; si sieda sul mezzodì a bordo del lago, quando le leggiadre filatrici, sospeso il lavoro, sotto le piante che danno tanta poetica bellezza a quelle acque, siedono a ristorarsi dalle fatiche del mattino, intuonando talvolta festose canzoni. 

Perdoni il lettore se alla veduta di questo lago mi ritornano alla mente le idee incancellabili d'un'ora d'esultanza; mi perdoni, come condonerebbe ad una sposa, che si soffermi con compiacenza a mirare la casa de' suoi genitori a cui ha unite tante care memorie. 

 

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I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

Giovanni Segantini. In Brianza

Pusiano e il suo lago

Lago di Pusiano

Melga e lisca, materiali dell'artigianato contadino

Museo Etnografico dell'Alta Brianza - Galbiate

I Cantù raccontano
Le setaiuole
Tratto da Cesare Cantù, La Setajuola

Tra le rusticali faccende nessuna riesce cosi gioconda a vedere come quella del filare la seta. É una sollecitudine regolata, un vivacissimo movimento, una pulita attenzione, una fatica non sordida, e rallegrata dall'idea di un felice guadagno e del sostentamento che ne ricavano tante e tante famiglie e interi paesi; talché rimane gradevolmente commossa l'anima di chiunque sia punto avvezzo a meditare su ciò che lo circonda, a compiacersi del buono, ancor più che del bello. 

Gran comitiva di donne, zitelle le più o fresche spose, nel calore della stagione cocente, dinanzi al fuoco ed alle caldajuole fumanti stanno lavorando, chi a svolgere gli aurei fili dai bozzoli, chi ad inasparli, mentre altre vanno rattizzando la vampa, o sciacquattando la bacaccia, levando il saggio sul provino; e chi a pesare, a rimondare a distribuire. 

— Che pena! che noja!» direbbe il cittadino, per cui è beatitudine l'ozio; e crederebbe che deve tra loro regnare un dispettoso silenzio, una pazienza irosa. Tutt'al contrario. La gioja più vivace signoreggia nella filanda: qui racconti, qui motti arguti, qui singolarmente allegre canzoni, mal frenate dal severo piglio del padrone, che, nei lauti ozj suoi e nelle pingui speranze di lucro, trova a ridire che le assidue lavoratrici si ricreino dallo stento, cantando con quella serenità che è prodotta dalla gioventù, dall'abitudine della fatica, dalla pace di chi nel poco si appaga, e credesi nato per lavorare.

 

I Cantù raccontano
Ignazio Cantù e la moglie
Tratto da Ignazio Cantù, Idillio d'amore sul laghetto di Pusiano

Fu pur bella e di eterna ricordanza quella sera di maggio, che al chiaror della luna salimmo una leggera navicella soli io, e tu, cara sposa, due esseri che la natura creò per amarsi, e la costanza ed il cielo congiunsero felicemente! Respirava l'alito vespertino, che discende ad increspare l'argentea superficie del lago, e i raggi della luna rifrangendosi nelle onde raffiguravano le immagini più vaghe e più graziose. Amabile sposa! erano pochi mesi che io ti chiamava con questo nome, ricco di tanti affetti, ma già erano assai per farmi conoscere il tuo bel cuore, indovinare i tuoi sensi e partecipare alle impressioni, che ricevevi da quella universale quiete. L'iride della speranza coloriva la tua fronte, non corrugata da alcun turbamento, e su cui era trasfusa la tranquillità della coscienza. 

Io spingeva remigando la navicella, sulla cui prora tu sedevi, mirando fissamente il sereno orizzonte, ingemmata di innumerevoli stelle, quali vaganti, quali ferme, quali brillantissime, quali sanguigne. Morivano intanto all'intorno i suoni dell'avemaria, che ricordano i cari estinti, e richiamano al pensiero del pellegrino il focolare, a cui sedea fanciulletto, e il mesto addio proferito agli amici ed ai congiunti. Si era tutto riposto nella più dolce tranquillità non rotta che da qualche monotono suono di zampogna, o dalla tenera cantilena con che le madri chiamano il sonno sulle pupille dei loro lattanti. 

Spenti tutti i fuochi, in quell'universale oscurità non lucicava che un lontano chiarore, somigliante al faro che l'antica Ero allumava di notte all'aspettato Leandro. Tu fissavi lo sguardo avidamente a quel lume, come assorta in un pensiero profondo, né parlavi, né ti commovevi. Io intanto, ritirati i remi dalle onde e lasciato il battello in balia del leggero venticello, m'assisi in silenzio non osando turbare il tuo incanto, e dissi fra me – Quante volte io la vidi assopita in tale estasi nei giorni della fidanza dopo che strette le mie nelle sue mani avevamo parlalo con timore e con isperanza di quell'ora, che avremmo deposto il solenne giuramento davanti al sacerdote. Fu lungo il novero dei giorni che passarono di mezzo, ma volarono rapidissimi; e il solenne giuramento fu proferito, e fummo sposi che solo la morte potrà separare! Oh coloro che trascorrono sugli svariati campi dell'amore, in traccia di fiori che appena colti appassiscono, non lasciando che durissime spine, quante delizie ritroverebbero nel seno d'una tenera consorte, nella sicurezza della coscienza, nella tranquillità della vita! Potessero conoscere la pace, che rallegra il tetto d'un concorde consorzio e si abbellirebbero per essi le cure che fanno grave e terribile il governo d'una famiglia. Chi non ha bisogno d'un cuore che risponda ai moti del suo cuore? d'una mano che pietosa gli terga i sudori della fronte? d'un bacio che tranquilli la tempesta de' suoi pensieri? d'un orecchio, ove senza sospetto deponga il segreto dell'anima? d'un amico, che gli sia compagno nel cammino della vita? Ecco gli augusti uffici a cui sei riserbata o tenera sposa! Quest'ultime parole proferite col tuono vivace della gioja valsero a risvegliarti del tuo leggero sopore e amorosamente volgendoti a me, dicevi: «Oh quel chiarore solitario quanti affetti m'infonde! Oh mi favella con un linguaggio pieno di poesia e di idee! Il mio cuore abbonda di sentimenti di cui la canzone sola può qualche parte palesare»!

Mi sembra ancora vedere comporti allora a quel più di tenerezza che io non vidi giammai, e farti a me più vicino.... La navicella agitata lieve lieve dondulò e fece increspare l'onde ingemmate dalla luna. Mi movesti un sorriso innocente come per cercare sul mio volto il consenso, indi con armoniosa voce intuonasti quella canzone: 

 

IL LUME DI NOTTE

Quand'io nei dì più teneri 

Vagava all'aer nero, 

Scorgea fantasmi e lemuri 

Coll'infantil pensiero, 

Se i rai vedea di fiaccola 

Entro il notturno orror. 

 

Credea che fosse l'anima 

D'un genitor tornata 

A consolar le lagrime 

Della famiglia amata, 

Od un vampiro, o tacito 

Fantasma di terror. 

 

Oggi, allorché di fiaccola 

Scorgo il lontan chiarore, 

Dell'ore quete rompere 

Il taciturno orrore; 

Pasco ben d'altre immagini 

Il giovanil pensier. 

 

Dico – risplendi o pallida 

Face sul capo algente, 

Sulla pupilla tremula 

d'un genitor morente, 

O sulla faccia livida 

D'un egro prigionier? 

 

O tu rischiari l'umile 

Chiesa d'angusta villa, 

Ove il devoto popolo 

Nell'ora più tranquilla 

S'aduna ed erge il cantico 

Notturno al suo Fattor? 

 

Sei forse o lume il tremulo 

Fulgor che di Maria 

Alla devota immagine 

Pose una vergin pia, 

Fra l'ineffabil estasi 

D'un verecondo amor ? 

 

O lietamente illumini 

La parca cena allegra 

D'una famiglia rustica 

Che l'animo rintegra, 

E de' sudori novera 

Il lucro giornalier? 

 

Oh le mesti urne imporpori 

Di quei che morte aduna, 

Sien prepotenti o miseri 

Ad un'egual fortuna, 

O sotto croce povera 

O sotto cippo altier? 

 

O al tuo chiaror si mutano 

L'orme dell'uom pietoso, 

Che nel silenzio visita 

L'ostel, di chi l'esoso 

Squallor non osa porgere 

Al mondo insultator? -

 

Tale il pensier travalica 

Dall'una all'altra idea; 

Or lieta or malanconica 

Come il desio la crea, 

E come le moltiplica 

Vicende del mio cuor. 

 

Quando della canizia 

Vedrò le gelid'ore, 

Se scorgerò la fiaccola 

Nel taciturno orrore 

Di questo cuor le immagini 

Quali saranno allor?

Questo canto fu semplice al pari de' nostri desiderj, ma abbastanza sublime per chi, com'io, potea leggere il resto che non volesti esprimere. La soavità e l'armonia della voce suonava nell'universale silenzio, come la malinconica modulazione d'un'arpa notturna, ed era ripetuta dall'eco lontana. 

Il leggiero alito ingrossato alquanto aveva spinta a navicella fra le canne palustri ove s'aggirava un lembo di lucciole irrequiete. Quella pace universale favoriva le dolcezze dei nostri discorsi e con quanta gioja entrammo a ragionare dell'avvenire di quel giorno poco lontano in cui tu diverresti madre e abbracceresti quel figlio, a cui ordivi nel tuo seno la vita, e in cui riponevi la tua futura compiacenza. Come godevamo raffigurarcelo bello siccome un angelo, vivace come l'innocenza, con rosee labbra sempre preparate ai baci sinceri, con biondi capelli su cui non isdegna posarsi lo sguardo dell'uomo sapiente, con quella tenera voce che sa attirare ad ascoltarla un numeroso crocchio di persone d' età matura che se lo rubano fuor delle braccia per fargli vezzi, per palleggiarlo, divorarlo e dicevi sommessamente: «Deh o signore sii cortese di biade al campo, di lana all'agnellino, di piume all'augello, e di figli alla madre che ti teme». Pochi mesi trascorsero da quell'ora a quell'altra in cui fummo salutati genitori, e quell'innocente primogenito che esulta di tanta vivacità, e dorme placidamente ignaro ancora dei guai della vita, come il nochiero che riposa tranquillamente nel suo battello, non sentendo la tempesta che gli rugge d'intorno, quell'innocente sappia un giorno quali erano i tuoi affetti allorchè la sua vita era nascosta nella tua, affetti che tante volte mi ridicesti, e che io pure quella sera commisi al canto cha ora ti ripeto:  

Nell'ore più fantastiche, 

Quando il desio figura 

Come presente all'avido 

Pensier l'età futura, 

E pregustar fa il giubilo 

D'ore non nate ancor; 

Fra lusinghiere immagini 

Pasce Adelina il cuor. 

 

Mentre balzar dell'utero 

Sente l'ascoso pondo, 

Vola alla cara indagine 

D'un avvenir giocondo, 

Quando sul crin del pargolo 

La faccia poserà, 

E nel baciarlo i gemiti 

Del parto scorderà. 

 

Quando con orma tacita 

Dell'addormito figlio 

Esplorerà la requie, 

E nel sopito ciglio 

Contemplerà le tenere 

Forme del genitor; 

Cauta perché coll'alito 

Non turbi quel sopor. 

 

Quando ai trastulli, a movere 

L'infermo pie da solo 

L'addestrerà, reggendolo,

Perché non cada al suolo, 

E le pie man congiungere 

Gl'insegnerà sul cor, 

Ed invocare il mistico 

Nome del suo Signor. 

 

O scorrazzar sul florido 

Pendio di facil clivo, 

O lo vedrà sul margine 

Posar d'innocuo rivo; 

E teso il capo chiedere 

Nel rio la sua beltà, 

Ed ispiccar le mammole 

Che ai genitor darà. 

 

Con orma aerea correre 

Dietro gli assidui strilli; 

Cercar dove s'annidino 

I solitari grilli, 

O la vagante lucciola 

Seguir da fiore a fior, 

E la ghermita a splendere 

Sopra la fronte appor. 

 

Oh quante volte al gemito 

Dei bronzi della sera, 

Che sulle labbra chiamano 

La memore preghiera, 

Lo condurrà del tempio 

Al santo limitar, 

O tra le croci funebri 

Per gli avi a supplicar. 

 

Così di liete immagini 

Nella dolcezza assorta, 

Del grave seno il tedio 

Con care idee conforta; 

Mentre i suoi diti tessono 

La veste ai bambinel, 

Che balza ancor nell'utero 

Vago d' aperto ciel.

Che riconoscenza fu per me quella lagrima che ti tremò allora negli occhi! premio ben a me più chiaro che un trono, poiché i doni del cuore stanno sempre innanzi a quei largiti dalla fortuna! Intanto la navicella era giunta al lido, e pieni entrambi di commozione e d'amore ci avviammo al nostro focolare. Oh quella sera fu pur bella e di perpetua ricordanza!

 

BIBLIOGRAFIA
Il lago di Pusiano. Storia e natura
Antonello Marieni

Il volume raccoglie informazioni storie e naturalistiche intorno al lago di Pusiano e ai Comuni bagnati dalle sue acque.

L'Isola dei Cipressi
Gerolamo Gavazzi

Il libro racconta la straordinaria, antica e lunga storia dell’Isola dei Cipressi, le leggende, i misteri e le fiabe; i personaggi illustri e potenti che l’hanno posseduta; il legame e il fascino che ha attratto poeti, scrittori, pittori e altri artisti nel corso dei secoli; e tante altre notizie e [ ... ]

Ville della Brianza = Brianza and its Country Houses. Volume 2
Michele Mauri

Il secondo volume sviluppa ed integra con quindici nuove ville il lavoro svolto dagli autori nel primo volume; persegue l’obiettivo della sensibilizzazione ai temi del turismo culturale e, al tempo stesso, della divulgazione del sapere custodito in questi tesori d’arte.

Segantini europeo. Atti del convegno, Lecco 17 aprile 2010
Giovanni Rota (a cura di)

La pubblicazione raccoglie gli interventi dei relatori al convegno "Seganti europeo" volti a riscoprire, o scorprire sotto nuovi profili, un artista con stretti legami con il territrio lecchese e con i vicini territori milanese e svizzero-engandinese.

Giuseppe Parini e la Brianza

La Brianza è sempre stata una terra ispiratrice per romantici, artisti e poeti. Il lago di Pusiano ha ispirato in particolare il celebre poeta Giuseppe Parini che è rimasto sempre profontamente legato a questo lago e al suo paese natale, Bosisio Parini.

Segantini. Trent’anni di vita artistica europea nei carteggi inediti e dei suoi mecenati
Annie Paule Quinsac

Fra i maggiori studiosi dell’opera di Giovanni Segantini, Anne - Paule Quinsac, traccia in questo volume un ritratto approfondito del pittore, avvalendosi del ricchissimo epistolario dell’artista. Un’opera veramente unica nel suo genere.

Storia della Brianza. Economia, religione, società.

Brianza. Un nome che evoca, da un lato, immagini di armoniosi paesaggi, dall'altro visioni sconcertanti di una eccessiva urbanizzazione. Fra queste due icone, testimonianze visive del passato e del presente ancorché tuttora miracolosamente coesistenti, si è svolta la storia della Brianza. Un percors [ ... ]

Erba

Attestano la passata grandezza [di Incino] molte lapidi e monete, avanzi d'un'età trascorsa, che furono dissotterrate […] La chiesa d'Incino vuol essere veduta per la importanza delle sue antiche grandezze; fu capo d'una vasta pieve, ed ebbe una collegiata di ventiquattro canonici fino a' tempi di San Carlo Borromeo, che nel 1565 trasportò e la plebania e la collegiata, per indisciplina, alla chiesa di Villincino. 

Sulla piazza di questa chiesa, sotto un portico di recente innalzato ogni giovedì è convegno di contadini, a farvi un operoso mercato di commestibili e mercerie. Una strada piana, attraverso ora a campagne fertili, ora a sterili lande, ora alla carice dei lago d'Alserio va a sboccare nella strada principale che conduce da Pontenuovo ad Erba. 

 

Oh clivi d'Erba! oh piani! - Oh lusinghiero 

Di natura l'aspetto ed il sorriso! 

Oh de' colli lombardi aere sincero! 

 

Chi dettava questi versi è un giovane caldo d'amor del bello e questi ripetiamo noi pure alla vista della prospettica Erba. Questa terra s'altra mai considerevole, si presenta a guisa d'anfiteatro rivolta a mezzodì piegando in una curva dalla parte di ponente ove termina in un ferace vigneto con un delizioso casino di campagna, sul ridente poggio ricco di gelsi ove un tempo s'ergeva tremendo castello. 

Il signor Valaperta proprietario di questa delizia raccolse le acque del torrente Bocogna, che si perdevano inutilmente pel sottoposto erbito Pravalle e le ridusse a servire ad una grandiosa filanda ed all'unito filatojo. Il torrente di là precipita a Mevate, terra di poco felice prospetto, ma abbellita di fresco dalla casa campestre, dalla filanda e dal vasto giardino Biraghi. Qui esistono un antico fresco rappresentante i santi Rocco e Sebastiano colla Vergine in gloria; più che mediocre lavoro del 1490, fatto da Andrea Gentilino […].

Sulle ruine del soppresso convento dei Riformati di Santa Maria degli Angioli l'avvocato Rocco Marliani, consigliere d'Appello, innalzò la sontuosa Villa, che dal nome della sposa chiamò Amalia, di cui diede il disegno l'architetto Leopoldo Polak. [...]

Il palazzo è grandioso, e decorato nell'interno della decantata Aurora, lavoro giovanile del cavaliere Giuseppe Bossi, il quale con Monti e Foscolo solea goder qui la cortesia del Marliani. L'ampio giardino, lontano da ogni uniformità disgustosa, è variato da un bosco interciso da garrulo torrente, che cadendo dall'alto si sparpaglia in molte artificiali cascatelle, da un roseto, il più ricco sicuramente di queste vicinanze, da ajuole erbose e fiorite, da bel tempietto nel bosco dedicato alla Prudenza, che siede in mezzo di esso, poco discosto dal quale due statue s'ergono ad Atteone e Diana; in ogni luogo vedi quel tutto, che rende più delizioso il campestre soggiorno. Ma ciò che onora meglio la ricordanza del benemerito consigliere è il monumento che egli pose alla memoria di Giuseppe Parini: un busto di marmo fatto dal celebre scultore Franchi, collocato dove il bosco è più folto e protetto da una macchia di lauro. Tempo fa vicino a questo sepolcrale monumento usciva da un organo sotterraneo una flebile armonia, che arrestava d'improvviso il visitatore, ignaro d'onde e come venisse quel suono, a cui alludevano i quattro versi incisi nella base del busto e tolti dall'ode di Parini l'Inclita Nice

 

Qui ferma il passo, e attonito 

Udrai del suo cantore 

Le commosse reliquie 

Sotto la terra argute sibilar. 

 

In alto sorge il convento di San Salvatore un tempo luogo di pacifica dimora. La via meno disagiata per ascendere da Erba a godere l'interminabile orizzonte di questo convento, è di recarsi a Crevenna, terricciuola leggiadra, e di là ascendere per una strada erta che guida all'Alpi (così chiamansi ivi per analogia i pascoli montuosi), e che può fino al convento guadagnarsi dai cavalli e dei buoi aggiogati.

 

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MEDIA
I disegni di Alessandro Greppi

Consorzio Brianteo di Villa Greppi

Versi di Giulio Carcano su Erba

Bartali al 35° giro d'Italia, 14° tappa da Erba a Como

CineCittàLuce

1933. concerto dei"fregamusoni"

CineCittàLuce

I Cantù raccontano
Antiche vicende intorno al castello
Tratto da Ignazio, Le vicende della Brianza

Non erano trascorsi che pochi anni dalla pace di Meregnano, quando la voce de' sapienti non poté più essere ascoltata in mezzo alle grida di chi fremeva di superbia e di sdegno. L'arcivescovo Ottone, sotto colore che i Torriani avessero infrante le condizioni stabilite, occupò il castello di Trezzo, che era in loro potere, e nel medesimo tempo mandò nemici ad assalire la rocca d'Incino, la quale si era ribellata dal dominio visconteo, per tornare all'ubbidienza de' Torriani. La fortezza fu, per ordine dell'arcivescovo, uguagliata al suolo, e quindi tutto il borgo, lasciata illesa la sola collegiata di ventiquattro canonici, fu convertito in un mucchio di ruine. 

Quelli che poterono uscir salvi dalla caduta di Incino si rifuggirono a Vaprio.

 

Parini a Erba
Vincenzo Monti
Tratto da La Mascheroniana e Parini

I placidi cercai poggi felici, 

Che con dolce pendio chingon le liete

Dell'Eupili lagune irrigatrici;

 

E nel vederli mi sclamai; salvete, 

Piagge dilette al ciel, che al mio Parini 

Foste cortesi di vostr'ombre quete! 

 

Quando ei fabbro di numeri divini 

L'acre bile fe' dolce, e la vestia 

Di tebani concenti e venosini. 

 

Parea de' carmi suoi la melodia 

Per quell'aure ancor viva; e l'aure e l'onde 

E le selve eran tutte un'armonia. 

 

Parean d'intorno i fior, l'erbe, le fronde 

Animarsi, e iterarmi in suon pietoso: 

Il cantor nostro ov'è? chi lo nasconde? 

 

Ed ecco in mezzo di recinto ombroso 

Sculto un sasso funebre che dicea: 

AI SACRI MANI DI PARIN RIPOSO 

 

Uom d'alta cortesia, che il ciel sortille 

Più che consorte, amico: ed ei che vuole 

Il voler delle care alme pupille, 

 

Ergea d'attico gusto eccelsa mole 

Sovra cui d'ogni nube immaculato 

Raggiava immemor del suo corso il sole. 

 

E Amalia la dicea dal nome amato 

Di costei, che del loco era la diva, 

E più del cor che al suo congiunse il fato. 

 

Al pio rito funebre, a quella viva 

Gara d'amor mirando, già di mente 

Del mio gir oltre la cagion m'usciva. 

 

Mossi alfine, e quei colli, ove si sente 

Tutto il bel di natura, abbandonai, 

l'orme segnando al cor contrarie e lente. 

 

Vincenzo Monti, Mascheroniana.

Versi sul convento di San Salvatore
Achille Mauri
Tratto da Autunno

Fra due ciglion vicini 

Una maggion si svela, 

Che in mezzo ai neri pini 

Solinga, umil si cela; 

Sacrato asilo un giorno 

Di poveri romiti, 

O placido soggiorno 

Tu dolcemente inviti 

Al gaudio i nostri cor! 

 

Sì, miei fratelli, al monte! 

Ivi per noi fia schiuso 

Di nuove gioje il fonte; 

Ivi non fia racchiuso 

Fra confin brevi il guardo 

Che scorrerà lontano, 

E la fiumana e il tardo 

Rivo e le vette e il piano 

Libero affiserà.

 

Ed errerà dal colle 

Alle pianure erbose, 

Dalle fiorite zolle 

Alle campagne algose; 

E i limpidi cristalli 

Vagheggierà de' laghi, 

E i prati delle valli, 

E i molti color vaghi 

De' fior contemplerà. 

 

 

BIBLIOGRAFIA
Il Pian d'Erba e i laghi briantei
Silvia Fasana

La guida vuole offrire un contributo alla conoscenza e alla riscoperta dell'area della Brianza che comprende i laghi briantei insieme alle località che su di essi si affacciano. I laghi di Annone, Pusiano, Alserio e Montorfano costituiscono le perle della Brianza settemtrionale che qui vengono racco [ ... ]

Le corti medioevali dell'alto Lambro
Virginio Longoni

Il volume si compone di due parti, connesse tra loro ma che nascono da due diverse esigenze: nella prima parte sono raccolti alcuni interessanti studi su corti della zona di Erba e della Vallassina e nella seconda parte sono raccolte fonti letterarie, note o meno, e fonti archivistiche, per la maggi [ ... ]

Ville della Brianza = Brianza and its Country Houses. Volume 1
Michele Mauri

Il primo volume dedicato a una delle più vivaci, eleganti e raffinate testimonianze scaturite dalla terra di Brianza: le dimore storiche. Quindici ville brianzole, che rappresentano per il proprio territorio delle autentiche gemme; con i loro giardini hanno contribuito a plasmare il paesaggio confer [ ... ]

Magia della seta in Brianza
Antonello Marieni

La seta ha avuto un'importanza grandissima per la Brianza. Essa è stata, economicamente, una vera fortuna per le povere famiglie contadine. Il libro raccoglie una ricerca storica sullo sviluppo della lavorazione della seta in questo territorio.

Il flauto di Pan in Brianza Lecchese
Giorgio Foti

Una delle caratteristiche della Brianza di un tempo era la presenza di numerosi complessi musicali che utilizzavano esclusivamente i firlinfö o fiföt.La ricerca traccia la storia di questo antico strumento, il flauto di Pan, e presenta nell’audiocassetta preziose esecuzioni ormai introvabili.

Buco del Piombo

Sei tu saldo sulle gambe, hai tu coraggio nel cuore? ascendi al decantato Buco del Piombo, spelonca ricavata dalla natura nel monte, e murata in sull'ingresso, per cui v'ha chi crede, indotto anche dal nome, che fosse questa una miniera di piombo, ma per ricerche che siano state fatte non vi si trovò mai reliquia di questo metallo. 

L'accesso nella caverna è pericoloso, dovendosi ascendere per un'angusta scala ricavata dalla natura nel greppo, di qualità saponacea, senza sbarra che difenda il salto e a cui si possa agrappare. La bocca dell'antro presenta una stanza spaziosa, larga 38 e alta 42 e lunga 55 metri, e contiene quattro muraglie formate con ceppo rosso e marmo di granito indigeno, e legate da un cemento di calcinaccio, e poste alla distanza fra loro di circa quattro metri. Il primo muro è alto otto metri, grosso un mezzo, con porticina d'onde sgorga l'acqua naturale della spelonca, coll'avanzo d'un portone più grande; il secondo alto metri dodici, grosso 1 1/2, rotta da tre porte, con varj pertugi; del terzo e quarto non restano che pochi ruderi alti circa quattro metri e grossi come i due antecedenti. 

La caverna procede quindi, dove più, dove meno angusta, ma quasi sempre colla larghezza approssimativa di metri 9 e coll'altezza di 8 e fino alla distanza di 188 metri dalla bocca, non manca di luce. Tanto la caverna continua diritta. Da quel punto è indispensabile un lume artificiale, e dopo altri 18 metri vedi a destra dello speco principale un'altra caverna lunga non più di metri 1,30, e dopo 30 altri metri si arriva dove fu già posta una lapide […].

Credo pochi vorranno innoltrarsi di più, correndo la caverna bassa bassa e rialzandosi sempre più le acque, che ne sgorgano fino, probabilmente, a riempirne tutta la bocca. Quest'acqua, carica di materia calcare, forma sulle pareti delle graziose incrostazioni. 

L'uscita è più disagevole che l'ingresso! guai se ti sdrucciola un piede, se ti assale un capo giro! Il burrone del sottoposto Boa non accoglierebbe di te che miserabili frantumi! Tanto pericolo della vita non mi pare compensato da un corrispondente vantaggio! Eppure quanti si vergognerebbero d'aver temuto d'avventurare i loro giorni per appagarsi di questa curiosità e non si farebbero carico d'essersi rifuggiti di arrischiarli per salvare un loro fratello, per temprare le angoscio d'un contagioso! A che servisse questo antro è ancora un mistero nella storia. E certo però che per qualche tempo valse di abitazione, e forse i Longobardi cacciati dai Franchi vi trovarono un asilo; forse supplì di ricetto durante le contese fraterne; forse una masnada di predoni esercitava di lassù le sanguinose escursioni. Queste domande faceva Lorenzo Santambrogio in una sua romanza inedita: 

 

Oh quale da destra nel masso s'interna 

Orribile al guardo; profonda caverna 

Che d'archi munita – la fronte turrita 

De' secoli edaci l'insulto sfidò! 

 

All'armi, al valore d'Italia fu segno? 

Di prodi Lombardi fu nobil convegno? 

O forse delitti – d'erranti proscritti 

Quel masso nascose, quel covo celò?

 

Da San Salvatore ascende la strada fino alla Colma (cima del monte) e di là cade dalla parte opposta fino a Torno sul lago di Como. 

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MEDIA
Il Buco del Piombo nelle cartoline

cuginischiantarelli.it

Il Buco del Piombo, in una descrizione ottocentesca

I Cantù raccontano
Il Vicerè nel Buco del Piombo
Tratto da Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza

Più d'una volta ricevemmo visita da S.A. il Viceré arciduca Raineri, quando tratto da circostanze di passaggio, quando da voglia di vedere una delle parti più deliziose della Lombardia e respirarne l'aria salubre. Né lasciò innosservate le parti più faticose: ascese al Buco del piombo, caverna di sopra di Erba, scavata in un masso calcare argillifero, s'internò nel seno del monte fin dove è possibile procedere, ed ivi fu posta a ricordanza della sua venuta una iscrizione

 

BIBLIOGRAFIA
Il Buco del Piombo. Dalle origini ai giorni nostri

L'acqua ha scavato la roccia, si è incuneata nella pietra, con un lavoro di millenni, ha dato origine a cunicoli stretti e ad improvvisi slarghi; goccia dopo goccia si sono formate stalattiti e stalagmiti, che costellano soffitti e pavimenti. Improvvisi laghetti, tanto diversi da quelli a cielo aper [ ... ]

L'orso delle caverne : mammiferi estinti in Lombardia. Itinerari didattici escursionistici delle principali grotte del Comasco
Alessandra Manzoni

Il libro illustra questo gigantesco animale che ha popolato le montagne d'Italia e di Lombardia fino a 20.000 anni fa. Sono descritte le otto grotte comasche nelle quali sono state trovate ossa fossili del mammifero e di tre grotte sono precisati gli itinerari didattici con le modalità di visita.